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Canto fermo vs canto gregoriano

basso continuo

L’ipotesi di lavoro alla quale mi dedico da anni è quella di considerare i processi compositivi legati alla produzione strumentale e vocale sacra nel periodo che va dal concilio di Trento al pontificato di Leone XIII come efficaci mezzi di evocazione del canto fermo, il quale, come radice profonda, presiede il fluire musicale non solo quando è elemento riconoscibile nella trama contrappuntistica in qualità di cantus firmus, ma anche quando la sua cantilena è evocata attraverso il richiamo agli elementi strutturali profondi che la caratterizzano. Non è dunque possibile comprendere in radice il linguaggio strumentale e vocale sacro senza una conoscenza appropriata degli elementi teorico-esecutivi e i significati socialmente condivisi del modello sul quale tali repertori sono stati elaborati e in vista del quale sono stati predisposti. Stupisce anzi come sino ad oggi non sia ancora stato intrapreso un lavoro approfondito di riscoperta sia sul piano musicologico che soprattutto esecutivo di tale prassi storicamente documentata e puntualmente descritta in una quantità di fonti di carattere normativo e pedagogico distribuite in un arco temporale molto esteso.

La teoria del canto gregoriano attualmente descritta nella manualistica in uso ad oggi e le moderne edizioni di canto gregoriano, frutto dell’opera di rinnovamento del canto liturgico ad opera del centro cultuale di Solesmes a partire dalla metà del secolo XIX, non sono infatti in grado di inquadrare in modo adeguato l’idea di canto liturgico che ha caratterizzato la stagione della polifonia classica e della musica strumentale nei termini poc’anzi descritti. I criteri di fondo della riforma secondo la visione solesmense si basavano infatti sul superamento delle edizioni del xvi secolo del Graduale Romano, superamento che ha investito non solamente l’aspetto melodico ma anche la teoria, la modalità e la prassi esecutiva. La scoperta del significato della notazione neumatica ha favorito inoltre l’adesione a un ‘modello’ di matrice medievale che, almeno secondo quanto quegli studi andavano ricostruendo, stabiliva il primato del testo e del suo ritmo oratorio come criterio ordinatore del ritmo di esecuzione del canto. Si scardinava così dopo secoli di tradizione ininterrotta, l’idea stessa di canto sacro come canto fermo, basato essenzialmente sull’uniformità dei valori, in favore di un’esecuzione molto più fluida e dinamica in osservanza alle antiche grafie neumatiche il cui significato andava via via chiarendosi con l’avanzamento degli studi paleografici. L’opera di restituzione melodica basata sul confronto dei manoscritti medievali ha inoltre permesso l’edizione di una nuova versione melodica e ritmica del repertorio di cui è testimone il Liber Usualis — e le successive edizioni di libri di canto — che però presenta un modello certamente non più corrispondente a quanto avevano ascoltato uomini e compositori dal Seicento all’Ottocento inoltrato.

Come è stato ludicamente osservato, tale ‘cambio radicale di rotta’ trova ragion d’essere  nella cosiddetta restaurazione gregoriana che vede nel monaco dom Prosper Guérnager il capostipite di un nuovo indirizzo non privo di elementi ideologizzanti [del sordo 2020]. Secondo le linee guida espresse dal monaco francese la rinascita del cattolicesimo europeo — dopo le violente persecuzioni della stagione rivoluzionaria e napoleonica — avrebbe dovuto basarsi su un’idea di società medievale eletta a ‘modello’ di rifermento e acquisito acriticamente a criterio uniformatore e riformatore allo stesso tempo. La forte spinta ideale di un simile progetto investì inevitabilmente gli albori del movimento liturgico, favorendo dunque l’elezione di tale modello anche per quanto concerne il canto liturgico. Ne è testimone la netta prevalenza nei periodici del tempo dei temi legati alla tradizione medievale del canto gregoriano e i richiami a un ‘presunto’ modello di prassi esecutiva che raramente prende in esame l’esecuzione del canto sacro nei secoli successivi al medioevo, se non in tono dispregiativo [id.].

Si profila così una sorta di dicotomia tra la prassi del canto sacro come è testimoniata da una quantità di fonti prodotte dal xvi secolo fino alla metà del xix, che assumo di identificare con l’espressione propria canto fermo e la prassi attualmente in uso e insegnata nelle scuole odierne, frutto dell’ipotesi interpretativa avanzata dal movimento solesmense e oggi acquisita e radicata in modo tacito e aproblematico, che possiamo continuare a marcare con la comune espressione canto gregoriano.

Come hanno ascoltato e praticato il canto fermo i musicisti coevi di Palestrina, di Frescobaldi, di Monteverdi, etc? Quali erano i termini sonori patrimonio comune di esecutori, compositori e ascoltatori di quei secoli? Qual era il sostrato ideale, teologico e liturgico che alimentava l’esecuzione e la composizione? Qual era la teoria musicale di rifermento e quali i caratteri del sistema modale? Questo testo è un primo tentativo di dare risposta a tali domande e fornire così una possibile ri-costruzione di un modello effettivamente praticato e tramandato in modo pressoché intatto fino a buona parte del xix secolo.

Una ricognizione sugli studi fino ad oggi pubblicati in Italia circa la teoria e la prassi del canto fermo, pur se riconducibili nell’alveo di una certa rivalutazione sul piano sia storico che religioso del Concilio di Trento, sono riconducibili al notevole impulso proveniente dalla catalogazione e studio sistematico dell’ingente materiale librario e documentale raccolto nel secolo scorso dal sacerdote e musicologo tedesco Laurence K. J. Feinenger (1909-1976). Tuttavia, dopo i primi studi intrapresi da Antonio Lovato [1995], Cesarino Ruini [1995] e Marco Gozzi [2015], l’interesse per questa prospettiva di studio non sembra aver attirato la curiosità dei ricercatori. In ogni caso gli studi citati, tutti fioriti nell’orbita del fondo Feininger [del sordo 2020], si sono concentrati sulla teoria e la prassi del canto fermo in un periodo temporale ristretto — dalla seconda metà del Cinquecento a tutto il Seicento — anche ai fini della risoluzione di problemi di prassi esecutiva del linguaggio musicale barocco. Non abbiamo dunque studi specifici che abbiano affrontato in modo complessivo il canto fermo — utilizzo l’accezione poc’anzi descritta — come prassi liturgica viva e permeante la vita musicale di un periodo ben più ampio, che va dal Concilio di Trento fino alle soglie del movimento solesmense (1830).

Su tali premesse ho ritenuto utile — come un primo passo verso un territorio inesplorato — occuparmi delle fonti didattico-normative che furono impiegate come sostegno all’insegnamento del canto fermo in seminari e istituti religiosi, e che costituiscono la base della formazione del cantore ecclesiastico. Un corpus che fino ad oggi non ha trovato la necessaria attenzione, all’infuori di un recente e poderoso studio di Federico del Sordo relativo alla formazione del clero in Italia a partire dal Concilio di Trento [del sordo 2017]. La scelta di tale tipologia di fonti è sembrata opportuna, ai fini della perimetrazione del modello di cui sopra, per la capacità insita nella natura stessa di tale materiale documentario di ridare un quadro normativo sostanzialmente organico e congruente, certamente indicativo non solo degli argomenti insegnati nelle scuole ecclesiastiche ma anche della stessa prassi pedagogica attuata. Un corpus normativo che si è tramandato per secoli entro un’ampia area geografico-culturale in modo sostanzialmente inalterato e che ci consente oggi di focalizzare l’attenzione sulla prassi del canto liturgico evitando ogni riferimento alla teoria classica del canto gregoriano che, come abbiamo visto, è stata elaborata su un preteso modello che non è in grado di fornirci dati utili all’oggetto della nostra ricerca.

Un primo tentativo di sistematizzazione a tale ingente problematica è rappresentata dal mio recente volume Metodo do canto fermo (edizioni LIM), un testo redatto sullo stile argomentativo tipico delle fonti consultate e che tenta di inquadrare la questione nei termini descritti.

 

Ulteriori informazioni e tutta la bilbiografia nel mio volume:

Metodo di canto fermo. Modelli e consuetudni nella prassi didattica tra XVII e XVIII secolo, LIM, Lucca.

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Ufficio dell’organista nella prassi liturgica storica

La formazione dell’ecclesiastico cantore prevedeva una conoscenza essenziale ma completa degli interventi di pertinenza dell’organo e le procedure da attuare nella celebrazione in canto fermo. Pur nella loro essenzialità — le fonti oggetto di questo studio non sono rivolte in via prioritaria agli organisti — le informazioni ricavate sono sufficienti a delineare un quadro esaustivo degli interventi organistici nell’ambito della celebrazione cattolica e ridanno un’idea sufficiente della prassi liturgica in atto, almeno nei centri cultuali di cui le fonti sono espressione diretta.

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